dal paese delle meraviglie
Il gioco del “mavalà”
Adulto di fronte a bimbo su divano o con cuscini dietro la schiena.
Una domanda a testa. Vince chi sbaglia. Le risposte giuste non sono ammesse.
Dopo ogni risposta errata, il richiedente procede al gesto del mavalà: che è una lieve spinta sulle spalle all’altro, che si accascia sui cuscini.
Le domande devono essere semplici, perché il bimbo deve prima di tutto vedere bella luminosa la risposta giusta. Ma deve trattenersi dall’impulso di darla subito, deve cercarne una errata e fornirla per godersi il mavalà. (Ebbene sì è un gioco che insegna a mentire).
Ovviamente, oltre alle risposte, sono importantissime le sue di domande, quelle del bambino, che all’inizio saranno modellate su quelle dell’adulto ma poi possono prendere direzioni inattese: “perché le principesse sposano sempre i principi azzurri?” In questo caso la risposta giusta, chissà, potrebbe essere “per vivere tutti felici e contenti” e allora meglio rispondere “per trasformarsi in rospi” o “perché i principi rossi erano tutti partiti” o “perché gli idraulici erano già tutti sposati”.
Giochino tuttora praticato con la creatura, iniziato verso i 3 anni. L’estate scorsa è stato testato anche su bambini più grandi. I più piccoli vi trovano la soddisfazione fisica della spinta. Per loro senza cuscino o posto morbido alle spalle, non si può fare, non è lo stesso gioco. Alla loro risposta sbagliata devono ottenere la rassicurazione fisica del contatto giocoso. I più grandi invece naturalmente giocano più di testa.
Possibili varianti:
introdurre sessioni di gioco tematiche (ora ti faccio una domanda di "parti del corpo", ora una di "fiabe e cartoni");
introdurre concetti tipo errore vicino / errore lontano (sbagliare di molto o di poco);
introdurre regole di risposta (valgono solo le parole che iniziano con la A ecc.).
molestie telefoniche
Caro operatore di call center, ti scrivo
Premesso che il lavoro in un call center non è proprio il mestiere dei sogni. Anzi è più un lavoro diciamolo di merda. Il fatto è che sarei anche stufo di ricevere sempre 2 o 3 telefonate a sera e sempre all’ora di cena. Normalmente se sei gentile, ti ascolto e insomma ti tratto bene. Ma se sei maleducato no. Intendiamoci: se non mi dici subito per benino chi sei e non mi chiedi se gentilmente puoi rubarmi 5 minuti, per me vira già sul maleducato. Ma forse non tanto tu, oh operatore precario, quanto soprattutto chi ti ha scritto questa telefonata. Mi rompi i maroni, ok, ma prima per favore ti qualifichi, mi dici di che si tratta, grazie.
Ecco, sono andato fuori tema. Io volevo dirti, oh operatore, che da oggi farò uso di alcune scuse-risposte più elaborate, tipo le seguenti.
Guardi, è arrivato poco fa mio cognato che è cinese e stiamo finendo di bollire i bambini per concimare il ficus. È una cosa delicata, non posso darle retta ora…
Le passo mia figlia che le canta una canzone sulla cacca.
Un momento scusi, sia gentile. La metto un attimo in attesa. (Dire click e iniziare a fischiare o canticchiare una melodia.) Sì diceva? Certo certo sì. Ah. Aspetti sia gentile la rimetto in attesa. (Idem. Proseguire ad libitum).
Veramente sto cenando, le va di sedersi con noi? Vuole un piatto di minestra? La metto in viva voce ecco. Ragaaazzi, salutate Mirko di Telequalcosa.
Sì. Sono io che uso il telefono. Ma non più. Ho appena dato il topicida a tutti e stavo andando alla polizia. Immagino che questo numero verrà staccato. Addio.
Senta, proprio ora ho una tentazione suicida. Cosa mi consiglia? Le va se ne parliamo un po’ insieme?
Guardi, non ora. Sto guardando in anteprima la finale dei mondiali 2006.
Guardi, sinceramente io… lavoro per la … (inserire qui il nome del principale concorrente dell’azienda che vi chiama), arrivederci e grazie.
Ma lei lo sa chi sono io? Io sono country manager di … (inserire qui il nome dell’azienda che vi sta chiamando), ma chi è che vi dà gli elenchi non filtrati, ma mi faccia il piacere… mi passi il suo responsabile per cortesia…
Pronto? Co-co-co come? So-so-so-sono io che che u-u-utilizzo il te-te-te-telefono, mi di-di-dica…
Sì, ma sempre lavoro comprare vendere… uffa che noia parliamo d’altro. Signorina, perché piuttosto non mi dice cosa indossa in questo momento…
Veramente… oh senta… mia moglie mi sta praticando oh una signora fellatio mentre io declamo alcuni passi dell’ultimo libro di Jenna Jameson… capisce che non è il momento…
Telefono? Di che si tratta? Non abbiamo nessun telefono noi.
Sì, certo ora le passo il mio compagno che di queste cose si occupa lui. (Cambiare voce e tentare di sedurlo/a).
Senta non ora. Sono sul balcone e in mutande. Trombavo la signora ed è rientrato il marito. Capisce che non è proprio il momento…
Più in generale, alla domanda introduttiva “lei è il signor Pincopalla?” risponderò precauzionalmente “Dipende…”
cose sparse e disordinate
Riconnessione
Rieccoci, dopo qualche giorno di sana disconnessione.
Dicevamo, il Quintetto tutto bene, un buon concerto e finalmente a Pavia. Grazie a tutti quelli che c’erano, grazie anche a chi doveva esserci ma poi non c'era, a chi ne ha scritto online o su carta stampata, a Spazio che ci offre un’altra data, grazie a chi dice “ma a Milano non venite mai?”, grazie a chi ha chiesto e gradito un cd, insomma ci lavoriamo su.
Spaziomusica si conferma un locale in crescita e da frequentare. Stasera tra l'altro c'è un tipo che ha suonato a Woodstock.
A differenza dell'anno scorso e di due anni fa, ho bigiato la manifestazione del 25 aprile causa tempo incerto e doveri da imbiancamento casa. 
Però non ho bigiato il cine: ho visto “L’era glaciale 2, lo scongelo" come dice la creatura. L’ho visto con due bimbe di 5 e di 4 anni. Quando entrava in scena Scrat, lo scoiattolosauro all’eterna incompiuta conquista della ghianda, mi dicevano “ridi piano che non si sente nulla”.
Poi con fratel Teo, ho suonato a un matrimonio notevolemente multietnico e ho conosciuto Frank, un bimbo indiano (ma senza piume però) che ama il calcio e balla la break dance.
E poi ho visto da vicino dei maialini tibetani e uno struzzo. Che però non so come si chiama. Ma c'hai presente quanto è alto uno struzzo?
utile riciclo
La 500 azzurra
Un mese fa scrissi:
"Caro Giudizio Universale, visto che chiedi recensioni della Fiat 500, ti mando questo pizzino.
…
Mumble.
…
Però sai cosa ti dico? Che non è nemmeno lontanamente una recensione questa qua che mi è uscita. Concordi? Già.
Quindi sai che fo? Io te lo mando comunque. Ma siccome qui non si butta nulla, il mese prossimo lo metto sul blog.
Grazie, saluti."
Ecco, appunto, sul blog.
La 500 azzurra era una meraviglia. Era estate, si partiva per il mare e nulla poteva andar meglio.
Era la metà degli ani ’70 e quella 500 aveva già il doppio dei miei anni. Doveva essere del ’62. Non conoscevo niente che fosse del ’62. Solo un disco dei Beatles di mio zio era del ‘62.
La 500 era bella perché era diversa da tutte le macchine che conoscevo. Aveva le portiere che si aprivano al contrario e delle specie di mezzepinze come maniglie. Per accendere il motore non bastava girare la chiave, no. C’era una piccola levetta da tirare vicino al cambio. Una levetta. A me ricordava la a manovella delle macchine delle comiche. Poi aveva il clacson che faceva poot in mezzo al volante e il cruscotto di metallo con i numeri grandi e le levette minuscole e i sedili duri e marroni. Aveva il motore dietro. E davanti aveva un cofano portabagagli che a parte la ruota di scorta ci stava sì e no uno zaino. I bagagli appunto, la mia sventura. I grandi discutevano dei bagagli e noi chissenenfrega, problemi loro. Io già sognavo il vento in faccia. Sì perché la cosa più bella della 500 era il tettuccio che si apriva e tu potevi guardare il cielo. E a volte potevi stare in piedi sul sedile con la testa fuori. Proprio come il comandante di un carro armato.
Milano – Riccione in
La 500 azzurra quando la vidi prima di partire per il mare, ci restai malissimo.
Il problema bagagli fu risolto con un portapacchi sul tetto.
Addio tettuccio aperto.
Addio vento.
Addio.
Sarà un piacere tornare a suonare sul palco di Spaziomusica. Perché è un posto simbolo per la musica pavese (e non solo pavese), perché ci ho bevuto buona parte delle birre universitarie, perché sopra o sotto a quel palco ho imparato molto, perché è l’unico locale in città dove si è sempre suonato dal vivo.
Tra l’altro ancora a Spazio nella stessa sera, si inaugura “Polvere” la mostra fotografica di Tinez. Che è l’autore di tutte le immagini qui accanto e di tutte quelle qui, quo e qua. E pure que.dal paese delle meraviglie
Gita al Bookfair di Bologna
L’altro giorno sono sceso a Bologna a visitare Bookfair. Io che senza alcuna fatica mi perdo tra gli scaffali della libreria dei ragazzi in una pausa pranzo, io a Bologna mi sono perso per ore tra i libri di tutto il mondo.
Roba da desiderare di avere 3 4 anni e di ricominciare a imparare il mondo da lì, da tutti quei libri lì.
Roba da desiderare di conoscere tutte le lingue del mondo. Ma non bene bene. Come un bimbo di 6 o 7 anni. Giusto per calarsi dentro un libro finlandese o giapponese o polacco.
Roba da convincersi che nella prossima vita farò l’illustratore.
Le cose che ho imparato a Bologna, al Bookfair
Bagaglio leggero perché tanto torni con una borsa piena di cataloghi e altro.
Prossima volta: prima il giro agli stand internazionali. Poi ai nazionali, dove di solito la borsa lievita.
Che quando nella prossima vita farò l’illustratore forse mi toccherà venir qui anche io a questuare una qualche attenzione, io e la mia cartellona nera piena di disegni.
Oppure esporrò nell’apposita bacheca incasinatissima e coloratissima.
Che molti editori quando chiedi “posso mandarvi dei testi, delle storie?” hanno già la risposta pronta e ti allungano un foglio con tutte le istruzioni tutte.
Le cose che ho scoperto a Bologna, al Bookfair
In realtà le scoprirò man mano che frugo nella borsata di materiale che mi son portato a casa.
Le prime tre cose che mi incuriosiscono moltissimo sono:
Uno dei libri premiati: si chiama Jazz ABZ, di Winton Marsalis e Paul Rogers. La storia del jazz raccontata attraverso i suoi personaggi, uno per ogni lettera dell’alfabeto, con piccole storie (una per genere, intonato al musicista), illustrazioni capolavoro e un’appendice informativa sui musicisti. Chissà se qualcuno compra i diritti per l’Italia.
Si chiama FuoriLegge – La lettura bandita, una rivista trimestrale “Per leggere e far leggere” fatta dalle parti di Modena. Grande spazio ai ragazzi lettori, con recensioni, lettere, interviste e soprattutto la costruzione di “avamposti” di lettura in giro per il paese: una libreria illuminata, la biblioteca di una scuola.
(Leggo un botta e risposta su 3msc e ne capisco di più di quanto letto in giro sulla stampa generalista. Capisco anche che 3msc è Tre metri sopra il cielo.)
Fuori Legge è graficamente ricco, molto curato, con testi e idee mai banali. La sensazione di una cosa fatta con passione. Domani mi abbono che costa poco (15 €) e prima o poi gli chiedo come si fa a dargli una mano.
Allo stand di Andersen, scopro i “Quaderni di Barbara – Quelli che fanno i libri per i piccoli, quando erano piccoli. Una collana che raccoglie i ricordi d’infanzia di scrittori, illustratori ed editori italiani per ragazzi”. L’idea già così è bella, ma il mezzo utilizzato ancor di più. Hai presente il classico quaderno delle elementari dei nostri genitori, copertina nera e nessun fronzolo? Ecco quello lì. Ce ne sono sei. Tutti col loro errore ortografico nel titolo. Io ho preso “Il mio primo battiquore”. Dentro c’è chi si è innamorato del lattaio a cavallo, chi regalava all’amata versi di Gozzano e chi impazziva d’amore per la signorina della colonia. E queste storie hanno tutte un buon sapore.
Le cose che mi succedono sempre a Bologna, alla stazione
Che se mi metto a leggere la lapide e mi concentro sui cognomi e sulle parentele e sulle età e provo a pensare ai volti, arrivo nemmeno a metà della prima colonna, leggo “Angela Fresu, anni
Mi piaceva il titolo del concorso, Una palla di racconto appunto.